IL PREGIO DI SAPER IMMAGINARE

di Pasquale Doria

Che nome straordinario. Belvedere è bellissimo, evoca esami ampi, attenzione al paesaggio, cura dello sguardo umano sul mondo: il pregio di sa- per immaginare

Non è mai detto abbastanza. C’è un valore raro nell’immaginare. Un valore che non si misura in bilanci, né si pesa in investimenti. È il pregio di chi sceglie di guardare oltre l’ovvio, di chi non si accontenta del già detto, di chi osa se- minare parole anche dove il terreno pare povero o dimenticato.

È da qui che è nato Belvedere. Traiettoria definita e divenuta chiara con i miei amici Tonino Nobile e Peppe Lomonaco, cantori di un Sud che non ha nessuna intenzione di finire in un angolo buio della memoria. Vale anche per un giornale di carta — ma non una carta qualsiasi: carta ecologica, scelta con attenzione, perché anche il gesto materiale del pubblicare fosse coerente con un’idea di rispetto, sobrietà, consapevolezza.

Belvedere era un mensile nato in un picco- lo centro, lontano dai riflettori, Montescaglioso. Dove però la vita accade con la stessa intensità di ogni altro luogo. E lì, ha scelto di raccontarla: con pazienza, con passione, con occhi aperti.

Era un mensile panoramico del paesaggio umano — così si autodefiniva, e con queste parole provava a dire tutto: la scelta di un ritmo lento, non urlato; la volontà di allargare lo sguardo senza perdere i dettagli; l’attenzione prima di tutto alle persone, ai loro cammini, ai loro intrecci.

Non aveva alle spalle grandi risorse materiali né importanti editori. Ma aveva — e coltiva ancora oggi, sebbene a distanza — una convinzione semplice, ovvero, che ogni comunità merita di raccontarsi. Che ogni storia abbia dignità. Che la carta possa essere uno spazio d’incontro.

Finché è stato possibile mandarlo in stampa, immaginiamo che Belvedere abbia viaggiato tra mani attente e tavoli di cucina, tra bar di paese e biblioteche silenziose. È stato un filo sottile ma tenace, capace di unire.

Sulle sue pagine sono apparse voci minute e profonde, spesso fuori dal rumore dominante.

Voci che parlavano di ciò che è accaduto e che accade: un’iniziativa culturale, un volto che ha qualcosa da dire, un problema ignorato, un gesto che cambia il senso delle cose.

E accanto alle voci, non potevano mancare le domande. No, non potevano mancare quelle che non cercano risposte facili, ma invitano a pensare, a discutere, a restare svegli. Ecco perché Belvedere è stato — ed è ancora nella nostra viva memoria — un gesto di fiducia.

Non si è perso nella parola scritta, che non scompare con uno scroll. Ma ha solcato il mare aperto del tempo lento, che permette di ascoltare. Si è affermato nella forza discreta della comunità, che si ritrova quando ha uno specchio in cui guardarsi — anche solo tra righe d’inchiostro. Non è nato neppure per dettare verità, ovviamente. È nato per osservare, per raccogliere, per raccontare. Per sottolineare che un piccolo centro non è mai periferico, se sa mettere al centro le storie, le relazioni, la dignità dei dettagli della sua comunità in relazione con il mondo. Perché immaginare è un pregio, sì. Ma farlo insieme, con cura, è un atto politico. E, a suo modo, poetico.

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